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I combustibili fossili – carbone, gas e petrolio – costituiscono tre quarti del consumo energetico dell'Europa.

L'Europa è il più grande importatore di energia a livello mondiale. Oltre metà della nostra energia (53%) proviene da fuori i confini dell'Unione europea. La percentuale è in crescita. L'UE importa il 65% del gas e del carbone che consuma, e l'89% del petrolio.

Le industrie, le economie e le infrastrutture europee sono modellate dai combustibili fossili e ci sono potenti multinazionali, lobbisti del settore petrolifero e finanziario che stanno lavorando sodo affinché tutto questo non cambi mai.

Le vite delle persone, la stabilità del clima e la possibilità di accedere alle fonti energetiche vengono tutte dopo rispetto al consumo di una quantità sempre maggiore di combustibili fossili.

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Per risolvere un problema bisogna iniziare a riconoscerlo.

Nella sua roadmap per l'energia per il 2050 la Commissione Europa ammette che “il settore energetico fa la parte del leone per le emissioni di gas serra prodotte dall'uomo.” Per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, previsti fra l'80% e il 95% entro il 2050, la Commissione Europea è ben consapevole che la quantità di combustibili fossili nel suo mix energetico va decurtata in maniera significativa.

La cattiva notizia è che l'Unione europea e i suoi stati membri agiscono senza seguire le loro stesse raccomandazioni. Si promuovono il risparmio energetico e le fonti rinnovabili, ma la priorità dell'Unione europea sono i combustibili fossili, in particolare l'espansione delle infrastrutture del gas.

Il principale progetto energetico della Commissione Europea è un gasdotto che arriva dall'Azerbaigian: la Mega Pipeline Euro-Caspio. Un'opera che vincolerà l'Europa ancora per decenni all'uso dei combustibili fossili.

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Se costruita, la Mega Pipeline Euro-Caspio farà sì che il Vecchio Continente importi gas dall'ennesimo Paese, ma non diversificherà in alcun modo le sue fonti energetiche (per esempio incrementando la sua quota di rinnovabili nel suo mix energetico) e non prenderà la direzione dell'energia pulita e a buon prezzo.

Attualmente i nostri principali fornitori di gas e petrolio sono la Russia, la Norvegia, l'Arabia Saudita, il Qatar e la Nigeria. Ma l'Europa sa che la situazione può mutare molto rapidamente, come è accaduto negli ultimi anni nel caso della Russia.

Petrolio, gas e conflitti sono interlacciati. Nel suo ricercare più idrocarburi, l'Europa non si crea scrupoli a collaborare con paesi dai regimi repressivi. Numerosi regimi sostenuti dall'Unione Europea sono responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, mentre altri sono ritenuti molto corrotti. Ma siccome abbiamo bisogno della loro energia favoriamo questi regimi con miliardi di euro e il supporto politico. Ogni anno l'Europa spende circa 400 miliardi di euro per importare combustibili fossili. Ovvero oltre un miliardo al giorno.

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Marc Verwilghen, direttore della European Azerbaijan Society con sede a Bruxelles ed ex ministro dell'Energia del Belgio, ritiene che l'Azerbaigian abbia molto da offrire: “E' un partner strategico, sito tra Russia, Iran e Turchia, ed è molto più affidabile di altri fornitori”.

I politici europei sembrano essere d'accordo, in parte grazie all' intensa attività di lobby di gruppi come l'European Azerbaijan Society. Già presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso ha definito la Mega Pipeline Euro-Caspio come “un corridoio energetico per il 21esimo secolo”. Anche i leader dell'Unione europea sono ben vogliosi di sostenere il progetto che reputano cruciale per la sicurezza dell'Unione europea.

Abbiamo viaggiato lungo il tragitto del gasdotto per vedere fin dove portava. Come determinerà il nostro futuro energetico e quali saranno i suoi impatti sulla vita delle persone che vivono lungo il suo percorso? Seguendo il tracciato abbiamo appreso le storie di coloro che subiranno in maniera diretta le conseguenze della costruzione dell'opera.

La nostra prima fermata è stata lì dove il gas viene estratto. Baku, la capitale dell'Azerbaigian.

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Abbiamo visitato l'Azerbaigian nel giugno del 2015, quando il Paese stava ospitando i primi Giochi Olimpici Europei. Stadi nuovi di zecca, cartelloni e video sui muri ci hanno dato il benvenuto sulla strada che dall'aeroporto ci portava al nostro albergo. I Giochi erano dappertutto.

I Giochi Europei non sono stati il primo evento di alto profilo tenutosi a Baku e non saranno gli ultimi. Una pletora di eventi prestigiosi (inclusi l'Eurovision e il gran premio di Formula Uno) e di sponsorizzazioni di grande rilievo stanno contribuendo a dare dell'Azerbaigian l'immagine di un Paese orgoglioso e moderno.

Baku è una città permanentemente in costruzione. Si sono spesi miliardi di dollari dei proventi del petrolio per costruire nuove strade, grattacieli di vetro e altre opere di grande pregio architettonico. I lavori vanno avanti in modo caotico, ma i palazzi moderni si sposano sorprendentemente bene con gli edifici del centro storico di Baku.

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Noi però ben presto abbiamo scoperto un'altra faccia dell'Azerbaigian. A pochi chilometri dal centro di Baku il viale a sei corsie si trasforma in una strada sporca e polverosa. Le splendenti jeep 4x4 vengono rimpiazzate dalle Lada e dai muli.

Lo sfavillio dei Giochi non è per tutti. Siamo arrivati all'aeroporto di Baku insieme a Emma Hughes di Platform London, organizzazione molto critica sia del regime azero che della BP, la compagnia britannica che negli ultimi due decenni ha sfruttato i combustibili fossili presenti nel sottosuolo dell'Azerbaigian. La Hughes è stata fermata e messa su un aereo che l'ha ricondotta a Londra. Lei è stata la prima di molti ospiti che non erano i benvenuti alla festa, inclusi giornalisti della testata inglese The Guardian ed esponenti di Amnesty International.

Opporsi pubblicamente al presidente Aliyev e al suo governo è molto pericoloso. Nelle carceri azere attualmente ci sono oltre 100 prigionieri politici – più di Russia e Bielorussia messe insieme. Nei mesi che hanno preceduto i Giochi Europei, il regime ha imprigionato molti attivisti per i diritti umani di alto profilo. Nella notte dell'inaugurazione dei Giochi molti di loro si trovavano a pochi chilometri dallo stadio, dietro le sbarre e il filo spinato della prigione di Kurdexani.

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Elmira Ismayilova e Necmin Kamilsoy hanno compreso nella maniera più dura come parlare contro il regime abbia delle conseguenze negative. La figlia di Elmira, la giornalista investigativa Khadija Ismayilova, e il padre di Necmin, l'avvocato per i diritti umani Intigam Aliyev, nel 2015 hanno entrambi ricevuto una sentenza a sette anni e mezzo di prigione sulla base di accuse inventate.

Molti gruppi internazionali per i diritti umani hanno chiesto alle autorità azere il rilascio dei due prigionieri. Senza successo, però.

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Elmira Ismayilova ci dà un caldo benvenuto quando ci incontriamo nella sua casa nella periferia di Baku. Non è la “classica madre”, ci ha avvertito il nostro interprete. Nonostante quanto accaduto a sua figlia, non ha paura a parlare con franchezza.

“È dovere di ogni cittadino che vuole un Paese trasparente e democratico rivelare la corruzione e gli abusi di coloro che si trovano al potere. Sono molto orgogliosa di lei”, ci dice mentre ci mostra una collana con il nome di sua figlia.

Khadija è stata accusata di aver incitato un ex collega a commettere suicidio, un capo di imputazione che è caduto quando il suo ex collega ha dichiarato in una testimonianza ufficiale che aveva subito delle pressioni per formulare le accuse. Successivamente le autorità inquirenti hanno aggiunto altri capi di imputazione inventati. Poco tempo dopo il nostro incontro con Elmira, sua figlia è stata condannata a sette anni e mezzo di prigione. Il suo vero “crimine” è stato l'aver fatto il suo mestiere, la giornalista, svelando così la corruzione che arrivava fino al presidente dell'Azerbaigian e alla sua famiglia.

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Necmin Kamilsoy era una delle persone che dovevano intervenire alla conferenza stampa di Amnesty International il giorno prima dell'apertura dei Giochi Europei. Avrebbe dovuto parlare del caso di suo padre, ma ad Amnesty International è stato impedito di entrare nel Paese. Così la conferenza stampa è stata cancellata.

Dopo più di otto mesi di carcerazione preventiva, in attesa del processo, il 22 aprile 2015 Intigam Aliyev è stato condannato a sette anni e mezzo di prigione sulla base di accuse inventate di “evasione fiscale, abuso di potere, attività imprenditoriale illegale e appropriazione indebita”.

Eventi di alto profilo come i Giochi Europei costituiscono anche una grossa opportunità per gli attivisti per i diritti umani. “I leader europei dovrebbero chiedere conto al governo delle violazioni dei diritti umani che hanno luogo qui e rendere la partecipazione ai Giochi condizionata al rilascio dei prigionieri politici”, chiede Necmin. “Stiamo promuovendo i valori europei, per questo contiamo sul loro sostegno.”

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Intigam e Khadija non sono gli unici. Attualmente in Azerbaigian dietro le sbarre ci sono circa 100 prigionieri politici, perché costituivano una minaccia per il governo. Altre persone sono state costrette ad abbandonare il Paese. Prisoners Watch è un progetto che tramite un sito web,  raccoglie informazioni su tutti i prigionieri politici, dai dettagli dei casi che li riguardano, al tempo che hanno passato in prigione, alle accuse che li riguardano.
     
Tutti sapevano che Khadija e Intigam sarebbero stati arrestati. Prima che fosse il suo turno, Khadija si era fatta riprendere in un video girato all'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, in cui incoraggiava le persone a continuare a combattere per il rispetto dei diritti umani. Il video doveva essere reso pubblico qualora fosse stata arrestata. “Se il prezzo da pagare è l'arresto va bene, ne vale la pena”. Il video è stato pubblicato il giorno in cui Khadija è stata arrestata. Intigam ha appreso delle accuse nei suoi confronti quando era all'estero, ma ha deciso lo stesso di tornare in patria. Hanno entrambi reputato che scappar via non era un'opzione valida.

   Mentre il governo azero lavora sodo per celare al mondo la realtà dei fatti, quanto fatto da Khadija e Intigam rivela la vera natura del regime azero. Entrambi hanno documentato l'abuso di potere, la corruzione, il clientelismo, la mancanza di libertà di informazione e le violazioni dei diritti umani.

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Khadija ha scritto articoli su come la famiglia del presidente Aliyev si sia aggiudicata dei lucrosi contratti con il governo. Una storia ha rivelato come la moglie e la figlia del presidente siano le reali intestatarie di una compagnia mineraria che ha vinto l'appalto per estrarre l'oro azero. Un'altra evidenziava che una loro compagnia aveva ricevuto 134 milioni di dollari per costruire la Crystal Hall, l'impianto dove nel 2012 si è tenuto il concorso canoro Eurovision.

E ancora, sono stati pubblicati articoli in cui la giornalista spiegava come la famiglia del presidente detenga il quasi monopolio dei servizi di telefonia cellulare in Azerbaigian, di come sua figlia sia proprietaria di un istituto di credito privatizzato e di come dirigenti governativi e la famiglia del presidente abbiano messo su imperi immobiliari a Dubai e nella Repubblica Ceca.

“Non li sto inseguendo”, insisteva Khadija. “È solo che dovunque metta le mani, escono i loro nomi”.

Nel 2012, allorché Khadija era nel bel mezzo dello svolgimento di ricerche su una storia riguardante i soggetti che traevano profitto dalla National Flag Square a Baku, gli Aliyev hanno iniziato una campagna di intimidazione nei suoi confronti. Il presidente l'ha definita “nemica dello Stato” e lei ha ricevuto dei fotogrammi di un video in cui si vede lei mentre fa sesso con il suo ex partner, registrato con una telecamera nascosta nella sua camera da letto. In una lettera fattale pervenire si affermava che se non avesse cessato le sue attività il video sarebbe stato pubblicato su internet. Quando lei si rifiutò di smetterla di fare il suo lavoro di inchiesta, il video fu effettivamente reso pubblico.

Il 1 settembre 2015 la Ismayilova è stata condannata a sette anni e mezzo di prigione. I suoi amici e colleghi dell'Organized Crime and Corruption Reporting Project (OCCRP) hanno deciso di continuare il suo lavoro attraverso il Khadija Project.

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Intigam è uno dei più importanti difensori dei diritti umani dell'Azerbaigian. È a capo della Legal Education Society (LES) dal 1998. LES fornisce assistenza legale a cittadini azeri indigenti e marginalizzati, effettua un monitoraggio sulle riforme legislative e assicura supporto legale e informazioni alle Ong e ai media.

Intigam ha portato oltre 200 casi davanti alla Corte Europea per i Diritti Umani di Strasburgo (ECHR), incluse questioni che riguardavano violazioni dei diritti di proprietà, libertà d'espressione e di riunione.

Oltre 40 casi avevano a che fare con le elezioni del 2010, in cui il presidente Ilham Aliyev è stato rieletto per il terzo mandato. Ilham Aliyev è succeduto a suo padre, Heydar, dopo la morte di quest'ultimo nel 2003. Padre e figlio hanno governato ininterrottamente il Paese quasi dalla sua indipendenza, nel 1993. Da allora nessuna delle elezioni è stata ritenuta “libera e equa” da parte della comunità internazionale.

Intigam continua a lavorare sui suoi casi dalla prigione, sebbene le autorità carcerarie gli sequestrino illegittimamente tutti i documenti relativi alle cause davanti alla Corte Europea per i Diritti Umani e le sue condizioni di salute stiano peggiorando.

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Nel 2013, in Azerbaigian esisteva una piccola ma molto attiva comunità di giovani campaigner, blogger e giornalisti, tutti impegnati a chiedere conto delle sue azioni al regime di Aliyev. Sempre nel 2013, Aliyev è stato rieletto per la terza volta. Le elezioni sono state contraddistinte da irregolarità e imbrogli. Nei successivi due anni la situazione dei diritti umani è peggiorata in maniera esponenziale.

Al momento in Azerbaigian ci sono 87 prigionieri politici, tra questi giornalisti, blogger, difensori dei diritti umani, attivisti del movimento civico NIDA e leader dei partiti d'opposizione, per i quali la Corte Europea per i Diritti Umani ha richiesto il rilascio.

I media indipendenti dell'Azerbaigian hanno subito una serie di attacchi molto forti. Reporter Senza Frontiere pone l'Azerbaigian alla 162esima posizione (su 180 Paesi) nel Press Freedom Index del 2015. Nel 2015 è stato ucciso il giornalista Rasim Aliyev e molti autori e giornalisti televisivi sono stati incarcerati o forzati all'esilio.

Di solito le proteste di piazza vengono disperse con la forza e sono stati introdotti una serie di emendamenti legislativi di natura molto punitiva, così da rendere molto difficile l'operato delle organizzazioni della società civile.

Al momento in Azerbaigian c'è una crisi sui diritti umani ed è molto probabile che la situazione peggiorerà.

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Quando Heydar Aliyev è andato al potere, ha trovato un alleato leale nella BP. Dal 1994 la compagnia petrolifera britannica è il più grande investitore straniero in Azerbaigian. Ovvero da quando la BP è divenuta l'operatore del più grande giacimento di petrolio del Paese. Oggi capeggia un consorzio di imprese petrolifere coinvolte nella Mega Pipeline Euro-Caspio.

Nonostante la situazione dei diritti umani stia deteriorando molto rapidamente, la cooperazione tra Aliyev e la BP si è intensificata negli anni. Gli Aliyev dipendono dalla BP per continuare a garantire gli introiti derivanti dallo sfruttamento petrolifero allo Stato e alle loro finanze familiari, così come a rafforzare l'alleanza tra Baku e l'Unione europea, gli Stati Uniti e il Regno Unito. La BP è stata anche uno dei partner ufficiali dei Giochi Europei, ma il sostegno che ha assicurato era ben più di un semplice accordo di sponsorizzazione. La multinazionale ha reso possibile lo svolgimento dei Giochi, fornendo formazione ed expertise.

Khadija è stata molto chiara sulle responsabilità della BP in merito alle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian: “La BP è una delle ragioni per cui l'Occidente è riluttante sulla possibilità che ci siano dei reali cambiamenti nel nostro Paese. Alla BP piace il regime degli Aliyev. Fa sì che la compagnia possa operare e risolvere qualsiasi problema potendo contare sul regime. L'influenza politica fa parte dell'affare. La BP è accusata di aver favorito l'ascesa al potere di Aliyev padre, ma non è solo un problema del passato, dal momento che il governo britannico continua a rimanere silente sulla democrazia in Azerbaigian. Sono gli interessi della BP a dettare l'agenda.”

Abbiamo contattato la BP per parlare del suo ruolo in Azerbaigian, ma ci hanno detto che non avevano nessuno disponibile a commentare la situazione.

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La mancanza di democrazia e le numerose violazioni dei diritti umani in Azerbaigian non hanno compromesso le eccellenti relazioni con Bruxelles. I vincoli economici sono continuamente rafforzati e i leader dell'Unione europea fanno la fila per stringere la mano di Aliyev.

“Lavorando a stretto contatto con l'Azerbaigian su questioni come l'energia, aumentiamo le nostre chance di fare progressi anche in altre aree. Negli incontri la Commissione Europea solleva anche la questione dei diritti umani”, ha spiegato Marlene Holzner, portavoce della Commissione Europea.

Il costo stimato della Mega Pipeline Euro-Caspio è di circa 45 miliardi di dollari. Ciò significa che dipenderà altamente da finanziamenti pubblici e da sussidi. Il gasdotto non avrà solo un costo finanziario, ma anche politico, dal momento che vede l'Unione Europea sostenere l'ennesimo regime autoritario al fine di mettere mano su riserve di combustibili fossili.

Come dimostra il lavoro di Khadija, di Intigam e di molti altri prigionieri politici, il potere economico e politico in Azerbaigian è nelle mani di una piccola élite che ruota attorno al presidente Ilham Aliyev. Il flusso di denaro che proviene specialmente dal settore petrolifero non ha portato a una democratizzazione del Paese, bensì ha permesso al presidente Aliyev di rafforzare la sua presa sul Paese e sui suoi cittadini.

Mentre il legame tra Azerbaigian e Unione Europea si saldava fortemente, la situazione dei diritti umani è andata peggiorando in maniera drammatica.

Uzeyir Mammadli di Nida, una organizzazione giovanile che è stata messa fuori legge dal governo, ci ha detto: “Il sostegno dell'Unione Europea al regime ha indebolito la società civile e i partiti di opposizione in tutto il Paese. L'Unione Europea è in possesso di strumenti economici e diplomatici per influenzare il nostro governo, ma si rifiuta di usarli”. Uzeyir è rimasto in prigione per un anno dopo essere stato arrestato durante una protesta pacifica contro il governo.

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L'impatto della Mega Pipeline Euro-Caspio non si limiterà all'Azerbaigian. Il gas sarà pompato a 3.500 chilometri di distanza e anche le persone all'altra estremità del gasdotto sono preoccupate. Temono per le conseguenze della pipeline sulla loro terra. Hanno disperato bisogno di far sentire la propria voce.

Per un costo di 45 miliardi di dollari, il gasdotto comporterà la creazione di un gigantesco cantiere, con camion ed escavatrici che stravolgeranno pezzi di territorio, compresi terreni agricoli, paesi, foreste, aree desertiche e i fondali dell'Adriatico.

Realizzare una tale infrastruttura attraverso così tanti stati è un'impresa difficile, per cui per renderla più gestibile la pipeline è stata frazionata in parti differenti. La Trans Adriatic Pipeline (TAP) costituisce l'ultimo segmento e passerà dal confine turco-greco, attraverso l'Albania, sotto al Mar Adriatico, per poi approdare nella cittadina di Melendugno in Salento.

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Alberto Santoro gestisce un bed & breakfast e un'azienda agricola appena fuori Melendugno. Le sue terre sono punteggiate da alberi di ulivo. Produce generi alimentari, alleva un po' di animali e affitta stanze ai turisti che vogliono godersi il mare e il bel panorama del Salento.

Alberto è nato e cresciuto da queste parti. È preoccupato per gli impatti che il gasdotto potrebbe avere sul turismo, la pesca e l'agricoltura, in particolare per la coltivazione degli alberi di ulivo, che sono tra le principali risorse economiche della regione. Durante lo scorso secolo la popolazione del Salento è diminuita a causa dei flussi migratori verso i grandi centri urbani. Per molti decenni i giovani, incluso Alberto, hanno provato a costruirsi un futuro che permetta loro di rimanere nei posti dove sono cresciuti e di proteggere la bellezza della loro terra.
    
“Siamo stati a stento informati del progetto. Il consorzio Trans Adriatic Pipeline , con sede in Svizzera, ha organizzato degli incontri informativi, ma era evidente che c'era una miriade di punti oscuri. Nessuno era in grado di darci indicazioni sui rischi per la salute e per l'ambiente. Mancava una reale analisi costi-benefici.”

Alberto ha avuto la sensazione di dover agire. “Tutto questo riguarda il nostro futuro. In quanto cittadini dobbiamo essere coinvolti, altrimenti nessuno lo farà per noi.”

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Insieme a un piccolo gruppo composto da cittadini interessati alla questione, tecnici ed esperti legali, Alberto ha iniziato ad analizzare il progetto in dettaglio. Così nella primavera del 2011 è nato il Comitato NO TAP.

Un anno dopo l'approvazione della Valutazione di Impatto Ambientale sul TAP, avvenuta nel settembre 2014, la Mega Pipeline Euro-Caspio veniva spinta con forza dal governo italiano e dalla Commissione Europea. Nonostante ciò, il Comitato NO TAP ha scoperto che per l'approvazione definitiva c'erano ancora 58 prescrizioni da rispettare.

Era difficile ottenere informazioni dettagliate sul progetto, dal momento che il consorzio costruttore è registrato nel cantone di Zugo, in Svizzera, uno del luoghi del mondo dove il livello di segretezza è più alto. Si tenga presente che il gasdotto non passerà nemmeno nelle vicinanze di quelle località. Nella contro Valutazione di Impatto Ambientale il comitato ha evidenziato tutte le varie omissioni e ha richiesto informazioni addizionali e test sul rischio sismico, dal momento che la pipeline passa per una delle faglie più attive di tutta l'Europa, e sulle ricadute ambientali nella regione.

Ma il Comitato aveva un'ulteriore critica, ancora più fondamentale.

“Noi mettiamo in discussione il modello energetico proposto dal TAP e gli impatti che avrà sulla vita delle persone da Baku fino a qui”, spiega Alberto.

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Ciò che è iniziato come un piccolo comitato si è poi trasformato in un movimento popolare che coinvolge persone di ogni tipo. “Abbiamo iniziato a organizzare incontri pubblici per informare meglio la popolazione locale, così come abbiamo tenuto delle manifestazioni per influenzare i politici e far sentire la nostra voce”, ricorda Alberto.

“Sempre più artisti si sono coinvolti, portando la protesta su un piano ulteriore”, dice Marco Santoro Verri, bassista del gruppo folk-punk locale La Rocha. “Allo stesso tempo il consorzio TAP ha iniziato a diffondere spot radiofonici e a sponsorizzare grossi eventi pubblici, come i festival musicali, per ottenere il favore popolare”.

“Ho sentito che dovevamo reagire, così ho proposto di organizzare una nostra iniziativa, il No Tap festival”, ci spiega Treble, cantante e musicista reggae che vive a Melendugno. È stato un successo immediato. “Nell'agosto dello scorso anno sono arrivati oltre cento artisti che si sono esibiti gratuitamente in fronte a oltre 10mila persone.”

Treble aggiunge che “la musica è uno strumento che può essere impiegato per sollevare questioni di carattere sociale. Il Festival No Tap è stato un qualcosa di molto forte per mostrare l'enorme resistenza popolare a questo progetto.”

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La resistenza popolare ha anche delle ramificazioni politiche. Nelle ultime elezioni amministrative, tutti i candidati si opponevano al progetto. Marco Potì, il sindaco di Melendugno, è stato eletto in base alla promessa che si sarebbe schierato contro il gasdotto. Insieme a 38 primi cittadini di altre municipalità dell'area e all'esecutivo regionale, Potì è in prima linea per organizzare l'opposizione degli enti locali all'opera.

Potì dice che “Il progetto costituirà una cicatrice permanente per il nostro territorio. A livello regionale sono tutti contrari. Il gasdotto è imposto dall'alto e tutto questo comporta una carenza di democrazia. Abbiamo chiarito la nostra posizione alle autorità nazionali, alla Commissione Europea e alla Banca Europea per gli Investimenti. Finora, però, tutte queste istituzioni si rifiutano di tenere nella debita considerazione i nostri pareri, non impegnandosi nemmeno in alcuna forma di dialogo.”

Per Potì, questa campagna non riguarda unicamente il fermare la costruzione di una gasdotto nel suo “giardino”, perché lui sarebbe contro il gasdotto anche se fosse realizzato altrove.

“Io non sono contro l'Europa, l'esatto contrario. Se l'Europa vuole assicurarsi le sue forniture energetiche non deve far conto sul gas, non deve diventare dipendente da un regime autoritario e non deve distruggere le sue ricchezze naturali, rischiando la sicurezza dei suoi cittadini. L'Europa deve investire denaro su un modello energetico decentralizzato, basato su fonti rinnovabili”, conclude Potì.

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“Non c'è dubbio che noi abbiamo bisogno di un modello energetico differente”. Alberto è molto netto. “Ci sono opzioni alternative come l'eolico, il solare o l'energia ricavata dalle maree, ma non basta sostituire i combustibili fossili con le fonti rinnovabili. È altrettanto importante vedere chi controlla l'energia. Le fonti rinnovabili ci permettono di produrre quantità di energia del tutto nostra, così da non essere più dipendenti da grandi compagnie multinazionali che ci impongono il loro modello distruttivo.”

Alberto è fiducioso sul fatto che le comunità del Salento siano in grado di diventare indipendenti dal punto di vista energetico e fornire così una soluzione più sostenibile e sicura alla domanda di energia dell'Europa – una soluzione che non comporti la costruzione di pipeline dai pesanti impatti negativi.

“A prescindere dagli enormi impatti finanziari, sociali e ambientali che comporta, un gasdotto è anche molto vulnerabile. È lungo migliaia di chilometri, per cui un singolo incidente sul suo tragitto ha conseguenze su chiunque dipenda da esso. Una rete di installazioni su piccola scala è molto più efficace. Se una di loro non funziona, si può fare affidamento sulle altre.”

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Le grandi multinazionali del settore energetico hanno molto da perdere, qualora si abbandonasse un sistema energetico basato essenzialmente sui combustibili fossili. Controllano il sistema attuale e spendono milioni di euro per convincere la Commissione Europea a continuare a mantenerlo in vita.

Almeno dal 2011, BP e le sue consorelle hanno fatto un'efficace azione di lobbying sulle istituzioni dell'Unione Europea affinché queste ultime non sostenessero le fonti energetiche rinnovabili, favorendo invece il gas. “Pensiamo che bisogna fare qualcosa per contrastare i cambiamenti climatici e che gas e petrolio abbiano un ruolo in tutto ciò” ha affermato un portavoce della BP all'inizio dell'anno.

Questa narrativa sottolinea l'importanza del gas quale fonte pulita e affidabile per la transizione a una economia a basse emissioni di CO2. È definita dalle compagnie petrolifere, ed è proprio il modello che ha abbracciato l'Unione Europea. Le strategie energetiche dell'Unione Europea, che dovrebbero mettere fine alla dipendenza dal gas, stanno in realtà riproponendo le grosse infrastrutture del gas al centro della sua agenda.

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In Europa la domanda di gas sta diminuendo in maniera molto netta. Sì è abbassata per il quarto anno consecutivo e ci si aspetta che diminuisca anche negli anni a venire. Il think tank energetico E3G ha calcolato che la domanda per il 2014 era tornata ai livelli del 1995, il 23% in meno rispetto al suo picco nel 2010. Ma l'influenza della lobby energetica sembra essere ancora più forte degli stessi dati dell'Unione Europea.

Di conseguenza la Commissione Europea sta sovrastimando la domanda di gas e tutto ciò sta portando a delle decisioni sbagliate in merito a investimenti su grosse infrastrutture per lo sfruttamento del gas. “Una analisi sbagliata che porterà a una cura sbagliata” avverte la E3G nel suo studio.

In concreto questo vuol dire che si investiranno miliardi di euro in infrastrutture superflue, che genereranno un eccesso di capacità. Il denaro per le nuove pipeline non andrà così a progetti di efficienza energetica o a fonti energetiche rinnovabili. Finirà solo per estendere la nostra dipendenza dai combustibili fossili, sebbene la domanda sia in diminuzione.

Inoltre, garanzie pubbliche e nuove forme di finanziamento finiscono per gettare il peso di queste decisioni sui cittadini più poveri in Europa e oltre i suoi confini.

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In realtà ci sono modalità per diversificare davvero le fonti energetiche in maniera sostenibile e indipendente dalle grosse compagnie. A Londra, la città dove ha il suo quartiere generale la BP, delle comunità stanno sviluppando i loro progetti energetici nelle case popolari dove abitano.

“Londra è il motore dell'economia del Regno Unito ma dipende al 100% da energia che proviene da fuori. Un fattore che costa a tutti noi miliardi di sterline. Vogliamo produrre la nostra energia localmente e in modo sostenibile. Così gli investimenti verrebbero dalla comunità e resterebbero nella comunità”, afferma Agamemnon Otero, che gestisce la Repowering London, una organizzazione che aiuta le comunità locali a mettere in piedi i propri progetti energetici.

A Hackney, uno dei quartieri più poveri di tutta Londra, Repowering London ha appena realizzato il suo quarto progetto energetico comunitario. Con l'aiuto dei residenti, ha installato pannelli solari sui tetti di ogni edificio del complesso di case popolari di Banister House. Otero ci mostra il progetto.

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Repowering London ha completato il suo primo progetto nel 2012, nel quartiere londinese di Brixton. A un piccolo gruppo di “pionieri” sono serviti 14 mesi di incontri nei pub locali per creare Brixton Solar One.

Agamemnon dice che: “Tutto è cominciato in piccolo e lentamente. Ma ora con l'Hackney Energy abbiamo portato a termine il nostro quarto progetto e stiamo aiutando a realizzare altri 20 progetti che sono attualmente in fase di costruzione a Londra. Abbiamo dimostrato che funziona e che le persone hanno un reale appetito per questo tipo di progetti.”

Per il successo di queste iniziative è cruciale che ci sia l'inclusione dei residenti locali in ogni passaggio del progetto, sostiene Agamemnon. “Repowering non è una compagnia che mette i pannelli solari sui tetti e basta. Noi vogliamo coinvolgere attivamente le persone. I residenti sono i padroni della cooperativa. Gli introiti ritornano a loro e vengono re-investiti nella comunità. Se vuoi coinvolgere le persone, questo è l'unico modo per farlo.”

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Ann Canaii e Aisha Fortunato vivono entrambe a Banister House.

Ann è una delle direttrici del progetto, ma è da molto tempo che è coinvolta nelle attività del complesso di case popolari dove vive. Per lei Hackney Energy è molto di più che un progetto energetico. “A Banister House c'erano molti problemi, compreso un alto livello di criminalità giovanile. Si sono verificati anche degli omicidi”, ricorda. “Hackney Energy ha aiutato a invertire questa tendenza, permettendo ai giovani di fare cose per loro stessi. Ha fatto in modo che fossimo di nuovo orgogliosi della nostra comunità.”

Aisha ha seguito un corso sulle fonti rinnovabili e ha aiutato a promuovere il progetto tra i residenti. Tutto ciò ha avuto un impatto diretto su di lei. “Il corso mi ha permesso di trovare un lavoro successivamente. Mi ha inoltre reso più consapevole su come usiamo l'energia, insieme ai pannelli solari che ci hanno permesso di ridurre le nostre bollette”

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Uno dei grandi risultati dei progetti energetici comunitari che sono in atto in quartieri particolarmente indigenti è che con essi si evita che le persone si trovino a non poter pagare le proprie bollette, afferma Ruth London, una campaigner di Fuel Poverty Action.

La sicurezza energetica e il bisogno di garantire che “le luci rimangano accese” sono stati due dei principali argomenti usati per giustificare l'esigenza di importare sempre più combustibili fossili. Un politica del genere ha avuto effetti negativi su più di una famiglia indigente su dieci in tutta Europa e nel Regno Unito, dal momento che queste famiglie non riescono a pagare le bollette energetiche, a prescindere dalle quantità di combustibili fossili importati.

Ruth London è dell'idea che “non abbiamo bisogno di più energia, bensì di energia a un costo accessibile che non sia controllata dalle grandi multinazionali del settore, che stabiliscono il prezzo e ci fanno sopra enormi profitti. C'è necessità di una vasta gamma di misure per evitare che la questione energetica alimenti la povertà. Il sostegno a progetti energetici comunitari può essere una di queste. È sicuramente più efficace rispetto a costruire un altro gasdotto.”

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La Mega Pipeline Euro-Caspio viene presentata come un elemento cruciale della strategia europea sulla sicurezza energetica. A uno sguardo più attento, però, la vera domanda non riguarda la quantità di combustibili fossili importati ma chi può permettersi di pagare per quella energia. La Mega Pipeline Euro-Caspio fa ben poco per diversificare le fonti di approvvigionamento. Renderà invece l'Europa ancora più dipendente dal gas in un momento in cui la domanda è in diminuzione.

Per un po' più di gas (2,5% dell'attuale consumo dell'Unione Europea), l'Europa si lega in tutto e per tutto a un regime autoritario. Quella porzione addizionale di energia non andrà nemmeno alle persone che ne hanno più bisogno, quelle più povere e che non riescono a pagare le proprie bollette.

A prescindere da come guardiamo la questione, la Mega Pipeline Euro-Caspio avrà un costo molto elevato. Costo che sarà pagato dagli azeri che si battono per la trasparenza, la democrazia e i diritti umani, valori che ci piace chiamare “europei”. Sarà pagato dalle persone che vivono sul percorso della pipeline, le quali rischiano di perdere le loro terre e i loro mezzi di sostentamento. Così come sarà pagato dagli europei che saranno forzatamente vincolati a un sistema energetico inquinante gestito dalle grandi corporation del settore.

La priorità assoluta di qualsiasi strategia per la sicurezza energetica deve essere quella di affrontare la dipendenza dell'Europa dai combustibili fossili, non di costruire nuovi gasdotti. Ci si deve concentrare sia dal punto di vista politico che economico su delle alternative percorribili che possano veramente diversificare la proprietà, aumentare la proporzione di fonti rinnovabili nel mix energetico e smettere di prendere le risorse dei paesi vicini generando energia rinnovabile a livello locale.

Attualmente l'Europa e i suoi decisori ci stanno portando nella direzione opposta. La buona notizia è che non è troppo tardi per scegliere un futuro energetico diverso. Un futuro dove potremmo avere energia pulita, a basso costo e controllata dalle persone.

La Mega Pipeline Euro Caspio non rientra in questo futuro.

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